Da verificare su fonte ufficiale
Che cosa è successo
Il GCC — il Consiglio di cooperazione del Golfo, cioè l'organismo che riunisce Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Qatar e Kuwait — ha rivisto il proprio Accordo IVA unificato, il testo quadro da cui discendono le leggi IVA nazionali. L'Arabia Saudita ha approvato gli emendamenti con la Risoluzione del Consiglio dei Ministri n. 887 del 19 maggio 2026. La notizia va letta per quello che è: gli emendamenti sono ripresi dalla stampa fiscale specialistica fra giugno e agosto 2026, ma il recepimento negli Emirati non risulta ancora formalizzato in un provvedimento nazionale. Oggi nessun obbligo emiratino è cambiato.
Che cosa cambia in pratica
Le modifiche toccano cinque aree: cessioni di beni fra Stati del Golfo, cessioni a privati e a soggetti non registrati IVA, aliquote, IVA all'importazione e scambio di informazioni fra le amministrazioni fiscali. Due punti contano più degli altri. Il primo: l'IVA all'importazione può essere riscossa al primo porto d'ingresso nell'area del Golfo, con meccanismi di trasferimento verso il paese di consumo finale, e il paese di destinazione può riscuoterla quando manca la prova che sia già stata pagata a monte. Il secondo: il 5% diventa una soglia minima e non più un valore unico, così ogni Stato può applicare la propria aliquota purché non scenda sotto quel livello. È il riconoscimento formale di una situazione già esistente da anni — Arabia Saudita al 15%, Bahrein al 10%, Emirati e Oman al 5% — che finora conviveva con un testo quadro scritto per un'aliquota sola.
A chi si applica
Alle società emiratine che vendono beni verso altri paesi del Golfo, in particolare quelle che usano gli Emirati come base logistica per servire il mercato saudita. Ai distributori e agli operatori logistici con magazzino negli Emirati e clienti nell'area. All'e-commerce che spedisce nel Golfo. Non riguarda invece chi vende solo servizi o chi opera esclusivamente dentro i confini emiratini.
Il rischio da non sottovalutare
La doppia imposizione sulla stessa spedizione. Se l'IVA viene riscossa al primo ingresso nell'area e la prova di quel pagamento è il presupposto per non pagarla una seconda volta a destinazione, allora la documentazione doganale e di trasporto smette di essere un adempimento formale e diventa il titolo che protegge il margine. Il recupero dell'imposta pagata due volte è possibile in teoria, ma passa da procedure di rimborso in un paese straniero, con tempi che si misurano in trimestri. Il secondo rischio è di segno opposto: adeguarsi in anticipo a regole che negli Emirati non sono ancora state recepite, e cambiare processi che oggi sono corretti.
Che cosa fare adesso
Fare l'elenco delle spedizioni degli ultimi dodici mesi uscite dagli Emirati verso un altro paese del Golfo, distinguendo per paese di destinazione. Per ciascuno verificare se la società è già registrata ai fini IVA in quel paese o se opera tramite un importatore locale, perché la risposta cambia completamente chi sopporta l'imposta. Controllare che per ogni spedizione esista in archivio la prova del pagamento dell'IVA all'importazione, e non solo la fattura di vendita. Non modificare i contratti né le procedure prima che gli Emirati recepiscano formalmente gli emendamenti: la mappatura si fa adesso, l'intervento quando la regola nazionale esiste.
Questo aggiornamento riguarda la tua situazione?
Ogni norma vale poco finché non la si applica al caso concreto. Se hai una società negli Emirati o stai valutando il trasferimento, il modo più veloce per capire cosa cambia per te è parlarne direttamente.
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